Riflettendo su un recente dialogo tra professioniste brasiliane ed europee, esploro in questo articolo perché la decolonizzazione richieda ai musei di abitare il conflitto, rispettare il “Corpo-Territorio” (Corpo-Território) e guardare oltre il ciclo dei progetti a breve termine.
La decolonizzazione è spesso discussa nel settore del patrimonio culturale come un quadro teorico o un obiettivo politico. Ma nella pratica, raramente è un processo lineare e non è mai comodo. Un recente webinar che abbiamo organizzato come Europeana Network Association Communicators Community ha messo a confronto prospettive dal Brasile e dall’Europa, innescando una necessaria riflessione sul divario tra le nostre intenzioni e le nostre realtà istituzionali.
La discussione ha reso evidente che dobbiamo andare oltre la semplice “messa in scena” della decolonizzazione e iniziare a smantellare le strutture che la impediscono. Per farlo, dobbiamo ripensare tre aree fondamentali: il nostro rapporto con il conflitto, la nostra comprensione degli oggetti che custodiamo e il modo in cui gestiamo il tempo. 
Abitare la zona di conflitto
Tendiamo a vedere i musei come contenitori neutrali per la storia: spazi silenziosi e ordinati dove il passato viene preservato. Ma questa neutralità è un’illusione. Un approccio veramente decoloniale ci impone di accettare che il museo è, e forse dovrebbe essere, una zona di conflitto.
La democrazia non riguarda l’assenza di tensione, ma la capacità di navigarla. Quando le istituzioni cercano di sanificare questi attriti per presentare una narrazione unificata, spesso silenziano proprio quelle comunità che sostengono di voler coinvolgere. Il cambiamento di cui abbiamo bisogno è passare dall’idea di museo come “fortezza” dell’autorità a quella di “spazio di negoziazione”. Questo significa vedere la vulnerabilità non come un fallimento professionale, ma come una necessità metodologica. Se non incontriamo disaccordo, probabilmente non stiamo condividendo il potere.
Il “Corpo-Territorio”
Questa necessità di negoziazione si estende agli oggetti stessi. La conservazione occidentale si concentra tipicamente sulla preservazione della “materia”: l’integrità fisica del legno, della ceramica o del tessuto. Ma questa visione è spesso troppo ristretta per catturare la realtà del patrimonio indigeno.
La discussione ha evidenziato il concetto di “Corpo-Territorio”. In molte cosmologie, un oggetto non può essere separato dalla terra da cui proviene o dal corpo che lo ha creato. La narrazione, l’artefice e la materia prima sono un unico sistema vivente.
Ciò pone una sfida alle istituzioni europee: non si può preservare veramente un oggetto se il territorio da cui proviene viene distrutto, o se alla comunità viene impedito di praticare i rituali necessari per crearlo. La conservazione, in questa luce, deve evolversi in una forma di “cura” che rispetti l’agire spirituale (agency) dell’oggetto e la salute ambientale della sua origine. Ci costringe a chiederci: stiamo preservando una cultura o solo il suo guscio svuotato?
Porre fine alla mentalità del “Progetto”
Forse l’ostacolo più strutturale a questo lavoro è la dipendenza del settore dal “progetto”. Ci affidiamo a iniziative con date di inizio e fine rigide, guidate dai cicli dei bandi e dagli anni fiscali.
Ma le relazioni non aderiscono ai diagrammi di Gantt. La decolonizzazione è un ciclo continuo di inizio, sviluppo e ritorno all’inizio. Quando le istituzioni operano su tempistiche a breve termine, estraggono conoscenza e se ne vanno quando i finanziamenti si esauriscono, danneggiando attivamente la fiducia. Una collaborazione autentica richiede una permanenza che i “progetti” non possono offrire. Richiede la creazione di un ambiente in cui i partner sentano che il museo è un’estensione del proprio territorio: uno spazio così rispettato che i depositi vengono trattati con la stessa riverenza di un suolo sacro. Questo livello di intimità richiede anni per essere costruito e può essere distrutto in un attimo dalla rigidità burocratica.
Il soft power della terminologia
Infine, la riflessione ha toccato il potere invisibile del linguaggio. Dai metadati che utilizziamo al modo in cui scandiamo il tempo (passando da “a.C./d.C.” all’Era Comune/Volgare), ogni parola è una scelta. Usare l’IA per rilevare i pregiudizi nei cataloghi è un inizio, ma il lavoro umano di mettere in discussione le nostre impostazioni predefinite è continuo.
La strada da percorrere non consiste nel trovare una ricetta valida per tuttə. Si tratta di riconoscere che i musei possiedono un “soft power” e che questo potere è più efficace quando è condiviso, negoziato e, occasionalmente, destabilizzato.
Informazioni sull’evento
Questo articolo attinge agli spunti condivisi durante il webinar “Decolonising Museum Practices: A Dialogue Between Brazil and Europe” (Decolonizzare le pratiche museali: un dialogo tra Brasile ed Europa), al quale ho partecipato come organizzatrice membro della Communicators Community di ENA, Europeana. Ringrazio le relatrici per la grande competenza nel guidare questa riflessione.
Relatrici:
- Sandra Benites: Curatrice, educatrice e attivista (popolo Guarani Nhandewa), Direttrice delle Arti Visive presso la Funarte.
- Prof.ssa Marília Xavier Cury: Museo di Archeologia ed Etnologia, Università di San Paolo (MAE-USP).
- Georgia Pollak: Ministero della Cultura e dello Sport ellenico.
- Isabel Beirigo (Moderatrice): Esperta di comunicazione e patrimonio culturale, progetto “De-Bias”.
- Claudia Porto (host): Museologa, Comitato consultivo ICOM, Europeana Communicators Community.
Partecipa
Guarda la registrazione: [LINK] Per continuare la conversazione vi invito a unirvi alla Europeana Network Association.