I risultati di PISA 2025 non mostrano un vero miglioramento della scuola italiana. Rispetto alla rilevazione precedente cresce il punteggio in scienze, mentre diminuiscono quelli in lettura e matematica. Nessuna delle tre variazioni, però, è statisticamente significativa: in termini rigorosi, il rendimento degli studenti italiani è rimasto stabile. L’indagine dell’OCSE viene svolta ogni tre anni e valuta le competenze dei quindicenni. Nel 2025 hanno partecipato più di 760.000 studenti di 91 Paesi ed economie. L’area principale di questa edizione è stata quella scientifica, affiancata da lettura, matematica e da una nuova prova sulla capacità di imparare e risolvere problemi negli ambienti digitali.
I risultati dell’Italia nel 2025
In scienze gli studenti italiani ottengono 483 punti, praticamente in linea con la media OCSE di 482. Il risultato colloca l’Italia nello stesso gruppo statistico di Paesi come Francia, Portogallo, Germania, Svezia e Spagna: le differenze di pochi punti tra questi sistemi non sono abbastanza ampie da indicare con certezza un diverso livello di rendimento.
In lettura l’Italia raggiunge 474 punti, tredici in più rispetto alla media OCSE, ferma a 461. È il risultato relativamente migliore tra le tre materie tradizionali. Il dato va però letto insieme all’andamento nel tempo: anche in Italia la capacità di comprendere, collegare e valutare le informazioni contenute nei testi mostra segnali di indebolimento.
In matematica il punteggio italiano è di 468, contro una media OCSE di 463. L’Italia resta quindi leggermente sopra la media, ma il vantaggio è ridotto e non cancella la perdita accumulata nell’ultimo decennio.
Nella nuova prova di problem solving computazionale l’Italia ottiene 490 punti, dieci in meno della media OCSE. Questa parte dell’indagine valuta la capacità di affrontare problemi attraverso strumenti digitali, costruire e correggere procedure, analizzare dati e modificare la propria strategia quando quella iniziale non funziona. Non misura semplicemente la familiarità con computer e applicazioni.
Il 15,8% degli studenti italiani non raggiunge il livello minimo di competenza in nessuna delle tre materie principali. La media OCSE è del 19,7%. Il 10,1% degli italiani, invece, raggiunge i livelli più alti in almeno una materia, contro l’11,9% medio dell’OCSE. L’Italia contiene quindi meglio la quota degli studenti in maggiore difficoltà, ma ha una percentuale relativamente bassa di risultati eccellenti. I dati completi sono contenuti nel rapporto PISA 2025 dell’OCSE.
Rispetto al 2022 siamo migliorati?
Solo in scienze, e soltanto in termini numerici. Il punteggio italiano passa da circa 477 a 483 punti, con un aumento di sei punti. In lettura scende da circa 481-482 a 474, perdendo sette punti. In matematica passa da circa 471 a 468, con una diminuzione di tre punti.
L’OCSE classifica tutte e tre queste variazioni come non statisticamente significative. Non possiamo quindi affermare che gli studenti italiani siano realmente migliorati in scienze o peggiorati in lettura e matematica. Le differenze potrebbero dipendere almeno in parte dalla variabilità delle stime e dai diversi campioni di studenti coinvolti.
La risposta più corretta è che tra il 2022 e il 2025 l’Italia è rimasta sostanzialmente stabile. Questa stabilità, però, assume un significato diverso nelle tre materie. In scienze permette all’Italia di raggiungere la media OCSE, mentre molti altri Paesi arretrano. In lettura e matematica evita le cadute molto più forti osservate in diversi sistemi scolastici, ma non modifica i problemi già presenti.
Il quadro diventa meno rassicurante se allarghiamo il confronto al 2015. Nell’arco di dieci anni l’Italia guadagna circa cinque punti in scienze e ne perde sette in lettura: entrambe le variazioni non sono statisticamente significative. In matematica, invece, perde circa 24 punti. In questo caso la diminuzione è significativa e corrisponde alla tendenza più chiara del decennio italiano.
In altre parole, il dato del 2025 non segnala un nuovo crollo, ma nemmeno un recupero. La matematica resta l’area in cui l’arretramento nel lungo periodo è più evidente.
L’intelligenza artificiale è già entrata nello studio quotidiano
PISA 2025 è la prima rilevazione che permette di osservare su larga scala l’uso dei chatbot di intelligenza artificiale, come ChatGPT, da parte degli studenti. Non esiste quindi un confronto equivalente con il 2022: gli strumenti di AI generativa sono diventati accessibili al grande pubblico proprio alla fine di quell’anno.
Va chiarito anche che PISA non assegna agli studenti un voto generale di “competenza nell’AI”. Il questionario chiede quanto spesso usino i chatbot per quattro attività: riassumere un testo, svolgere una prima ricerca su un argomento, preparare un testo scritto e ricevere aiuto per imparare. Rileva anche se a scuola gli studenti sono chiamati a valutare la qualità delle informazioni prodotte dall’intelligenza artificiale.
In Italia soltanto il 9% dei quindicenni dichiara di non avere mai, o quasi mai, usato un chatbot per nessuna delle attività considerate. La media OCSE è del 14%. L’uso dell’AI per il lavoro scolastico risulta dunque più diffuso in Italia rispetto alla media internazionale.
L’attività più frequente è l’uso dell’AI “per aiutarmi ad imparare”. Il 25,8% degli studenti italiani lo fa una o due volte alla settimana e il 21,7% ogni giorno o quasi. Sommando le due quote, il 47,5% usa l’intelligenza artificiale almeno settimanalmente come sostegno allo studio, poco più della media OCSE del 45,5%.
Per le ricerche preliminari su un nuovo argomento, il 23,7% la usa una o due volte alla settimana e il 15,4% quotidianamente. Un altro 25,5% la utilizza una o due volte al mese. Solo il 19,5% dichiara di non farlo mai o quasi mai.
L’AI viene usata meno spesso per riassumere i testi assegnati: il 21,8% lo fa settimanalmente e il 14,4% ogni giorno o quasi. Il 27,1% non la usa mai per questo scopo.
La scrittura dei compiti è l’attività in cui prevale maggiormente il non utilizzo. Il 34,2% degli studenti italiani afferma di non ricorrere quasi mai all’AI per preparare un testo scritto. Il 16,9% lo fa una o due volte alla settimana e il 13% quotidianamente. Questi valori restano comunque abbastanza alti da mostrare che la generazione di testi è già una pratica abituale per una parte consistente degli studenti. Le percentuali italiane sono disponibili nei dati allegati dall’OCSE alla sezione sull’intelligenza artificiale.
Chi usa l’IA ottiene risultati migliori?
I dati PISA non permettono una risposta semplice. In media, gli studenti che non usano chatbot per compiti specifici, come riassumere un testo o preparare una ricerca, ottengono risultati scientifici più alti rispetto a chi li usa.
Il rapporto cambia quando si considera l’AI come aiuto generale all’apprendimento. Dopo aver tenuto conto della condizione socioeconomica, chi la utilizza una o due volte alla settimana raggiunge risultati simili a quelli di chi non la usa. I punteggi tendono invece a essere più bassi tra chi la usa soltanto di rado e tra chi la usa ogni giorno o quasi.
Per il riassunto e la ricerca preliminare emerge una curva simile: gli utilizzatori moderati, da una volta al mese a due volte alla settimana, ottengono risultati migliori degli utilizzatori sporadici e di quelli quotidiani. Nella produzione di testi il vantaggio associato a un uso moderato è meno netto.
Non significa che l’IA faccia diminuire i risultati. PISA registra una correlazione, non un rapporto di causa ed effetto. Gli studenti possono ricorrere più spesso a un chatbot proprio perché incontrano difficoltà, hanno bisogno di spiegazioni aggiuntive o non trovano altro sostegno. Al tempo stesso, l’uso quotidiano per sostituire la lettura, la ricerca o la scrittura può ridurre il lavoro cognitivo richiesto allo studente.
Esistono anche differenze sociali. Nell’insieme dei Paesi OCSE, chi non usa l’intelligenza artificiale proviene più spesso da un ambiente svantaggiato, nel quale possono mancare dispositivi adeguati, una connessione stabile o l’accesso alle versioni a pagamento. Gli utilizzatori più frequenti tendono invece ad avere condizioni socioeconomiche migliori. L’OCSE precisa che questa differenza non basta, da sola, a spiegare i risultati.
La scuola italiana parla di AI più della media OCSE
Il 73,7% degli studenti italiani riferisce di avere svolto a scuola attività nelle quali doveva valutare la qualità delle informazioni prodotte dall’intelligenza artificiale. La media OCSE è del 62,6%.
È uno dei dati più interessanti per l’Italia. Usare un chatbot e saperne controllare le risposte sono due competenze diverse. La seconda richiede di verificare le fonti, riconoscere affermazioni non dimostrate, confrontare informazioni e accorgersi quando una risposta è plausibile nella forma ma errata nei contenuti.
Nei dati internazionali, gli studenti che a scuola imparano a valutare le risposte dell’AI tendono a ottenere risultati migliori rispetto a studenti con una frequenza d’uso simile ma senza la stessa attività didattica. Anche qui non si può parlare automaticamente di un effetto causale. Il risultato indica però che il modo in cui la scuola introduce questi strumenti conta almeno quanto la frequenza con cui vengono usati.
Il rapporto segnala anche un possibile nuovo divario: gli studenti svantaggiati hanno meno occasioni di lavorare in classe sulla verifica delle informazioni generate dall’AI. Il problema non riguarda quindi soltanto l’accesso alla tecnologia, ma l’accesso a un uso guidato e consapevole.
Che cosa ci dicono davvero i risultati PISA 2025
L’Italia non arretra quanto la media OCSE, che tra il 2022 e il 2025 perde tre punti in scienze, quattordici in lettura e nove in matematica. Ma questo dipende anche dal fatto che i risultati italiani erano già più bassi rispetto a quelli di molti Paesi che oggi registrano le diminuzioni maggiori.
Il miglioramento nominale nelle scienze è un segnale positivo, ma non abbastanza solido da indicare un cambio di direzione. La lettura resta sopra la media OCSE, mentre la matematica continua a mostrare una perdita consistente nel confronto decennale. Il problem solving computazionale, fermo a 490 punti, segnala che la familiarità quotidiana con gli strumenti digitali non coincide automaticamente con la capacità di usarli per ragionare e risolvere problemi.
Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale. Gli studenti italiani la usano molto e la scuola sembra dedicare più spazio della media alla valutazione delle risposte generate dai chatbot. I risultati PISA non sostengono però l’idea che un uso più frequente produca, da solo, un apprendimento migliore. Il dato più favorevole riguarda un uso regolare ma non continuo, accompagnato dalla verifica delle informazioni e senza delegare allo strumento l’intero lavoro di lettura, ricerca o scrittura.
